Yoji Fujimoto, 7° dan

 

Il maestro Yoji Fujimoto durante un embukai; uke Claudio Pipitone

Roma, Dojo Centrale, novembre 1972

 

Le prime apparizioni del Maestro Yoji Fujimoto in Italia suscitarono non poca sorpresa per l’armonia dei suoi movimenti e per la pulizia ed efficacia del suo Aikido: forse non s’era mai visto fino ad allora in Italia un maestro di arti marziali che sapesse presentare le sue tecniche con tanta eleganza. Erano i tempi gloriosi dei massacranti stage di Desenzano del Garda e il Maestro Fujimoto era appena poco più che un ragazzo, eppure univa alla naturale eleganza una maturità tecnica sorprendente. Era l’estate del 1971 quando arrivó: il Maestro ha trascorso oramai tra noi più della metà della sua vita, senza perdere nulla del suo iniziale entusiasmo.

 

Nato a Yamaguchi nel sud del Giappone nel 1948, il giovane Fujimoto sembrava destinato a seguire l’arte di famiglia, il kendo, sottoponendosi, sin da bambino, a brusche levatacce per impugnare lo shinai nella quotidiana lezione antelucana sotto la guida del padre, maestro di quest’arte, prima di recarsi a scuola, o sotto il vigile controllo della madre. Ma verso i quattordici anni, assieme a degli amici, assiste ad una lezione di Aikido, rimanendo avvinto all'istante dalla personalità del fondatore e dei tanti grandi maestri che all'epoca dispensano il loro sapere in quella leggendaria scuola. Inizia il suo cammino nell’Aikido e quando si trasferisce a Tokyo per frequentare l'università viene ammesso a frequentare l’Hombu Dojo di Tokyo. Era già shodan nel 1962. L'impegno nella pratica non gli impedisce di applicarsi con profitto agli studi presso l'Università Nitaidai dove fonda anche un gruppo di Aikido ancora oggi attivo e diretto all'inizio dal maestro Tohei e poi dal maestro Masuda. Ha già il desiderio di conoscere il mondo, sa che deve attendere il conseguimento della laurea in Scienze Motorie,  ma non sa ancora che di lì a poco sarà chiamato a diffondere l’arte dell'aikido in Italia.

 

1985 circa

 

 

Il suo arrivo in Italia, benché non coincida esattamente con il ritorno in Giappone del Maestro Tada, è provvidenziale e riesce in qualche modo a colmare l’irrimediabile vuoto lasciato da questi. Per anni si moltiplica, tenendo raduni, manifestazioni e lezioni in tutti i Dojo d’Italia, avendo come base Milano, dove fonda l’Aikikai Milano. La sua opera ha marcato la vita di tantissimi aikidoisti italiani, la sua didattica poggia su basi solide ed inamovibili e tocca vertici di alta scuola.   Per i suoi tanti appassionati allievi sono ancora immutati fin dal primo giorno del suo arrivo tra di noi gli stimoli a seguire le sue lezioni, il piacere della scoperta continua, l'attesa che precede ogni nuovo incontro sul tatami.

 

Questo, in una intervista dedicata ai bambini, il suo pensiero sull'aikido:

 

Il nome aikido è formato da tre parole: ai che vuol dire unione, armonia; ki è l'energia dell'universo che secondo noi giapponesi fa vivere tutte le cose: gli uomini, gli animali, le piante, il nostro pianeta; do invece significa via, un percorso dove s'impara qualcosa. Quindi la sua traduzione potrebbe essere via dell'unione con l'eneriga dell'universo.  L'aikido non serve per combattere o per fare del male a qualcuno ma insegna a creare armonia con le persone, a cercare di andare d'accordo con qualcuno anche se questo ci vuole fare el male. Difficile, però interessante.

 

 

Il maestro Fujimoto in un momento di pausa durante un raduno di spada

Oberhausen, 2004