L’Ambasciata
Giapponese in Roma svolge da sempre un importantissimo ruolo nella diffusione
della cultura giapponese in Italia, congiuntamente con l’Istituto di Cultura
Giapponese che ha sede sempre in Roma. Non sono mancati in passato i contatti
con la nostra Associazione, e molti ricorderanno ancora le proiezioni, durante i
nostri raduni, dei documentari messi a disposizione dall’Istituto o la
distribuzione delle pubblicazioni dell’Ambasciata.
Notizie
dal Giappone è
un notiziario che l’Ambasciata pubblica fin dal lontano 1963, che racchiude in
pochi fogli che escono con cadenza bimestrale una messe di utili informazioni
sulla vita economica, culturale e sociale del Giappone.
Dispongono
da qualche tempo di un sito web sia l’Ambasciata del Giappone (www.ambasciatajp.it),
dove sono disponibili tra l’altro gli ultimi numeri di Notizie dal Giappone,
che l’Istituto di Cultura Giapponese (www.jfroma.it/).
Siamo sicuri che la disponibilità di queste nuove vie di accesso consentirà
una migliore diffusione del messaggio che sta a cuore a queste importanti
istituzioni, con cui la nostra Associazione intende continuare a lungo i
contatti per una sempre più proficua collaborazione.
La serie di articoli che segue proviene dalla pubblicazione Notizie dal Giappone, numeri 16 del 1999 e 1-2 del 2000, pubblicata dall'Ambasciata Giapponese a Roma, che cogliamo l’occasione per ringraziare della sempre preziosa collaborazione offertaci nel corso di tanti anni.
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La casa
giapponese ha delle peculiarità che ne sottolineano quanto sia stato
importante, nella storia del suo sviluppo, il ruolo delle condizioni ambientali,
soprattutto climatiche e sismiche. La frequenza di scosse telluriche ha fatto
prediligere sin dal passato la struttura in legno che di conseguenza permette la
costruzione di case piccole ad uno o due piani. Le fondamenta sono di pietra e
il pavimento del piano terra è rialzato, grazie ad un vespaio, per
permettere sia una migliore circolazione dell’aria sia una maggiore
flessibilità e capacità di attutire le scosse sismiche. Il clima, con lunghe
estati tropicali con alto tasso di umidità, a fronte di relativamente brevi
inverni di freddo secco impone di affrontare il caldo estivo con ambienti
aperti, facendo circolare l’aria il più possibile. Per questo motivo,
internamente, la casa tradizionale ha una struttura aperta: potendo rimuovere
pareti scorrevoli, si rendono comunicanti ambienti attigui. Senza l’uso di
corridoi si può passare da un ambiente all’altro attraverso leggere porte
scorrevoli pannellate con carta. L’occidentalizzazione ha introdotto nuovi
materiali e tecniche che hanno permesso la costruzione di palazzine a più piani
e suddivise in mini appartamenti. Ma non sono scomparse le case costruite con
metodi più tradizionali con struttura in legno.
La casa ideale per molti giapponesi è una casetta singola a due piani con un piccolo giardino e garage cinto da un muro o da una siepe. Questo tipo di casa unifamiliare si è sviluppato nei dintorni delle grandi città ad una distanza anche di due ore di treno dal centro. A causa della rapida urbanizzazione, dell’aumento demografico e dei cambiamenti della struttura della famiglia oltre all’allontanarsi dai centri urbani, la superficie abitativa ha subito una tendenza a diminuire dagli inizi del secolo ad oggi, specialmente durante gli anni ‘80. La superficie media delle abitazioni della classe media dai 165 mq degli inizi secolo, scende a 100 mq agli inizi dell’era Showa (1926-89) per ridursi ai circa 89 mq del 1988.
Il
Genkan

La peculiarità della casa giapponese si esprime nel modo di vivere lo spazio che è molto diverso da quello europeo. La struttura della casa condiziona la gestualità della vita quotidiana tanto da far parte integrante della cultura di cui è espressione. E la casa giapponese colpisce l’osservatore occidentale per le diversità e le apparenti contraddizioni.
L’ingresso (genkan) di un’abitazione giapponese di qualsiasi dimensione e stile è caratterizzato da un’area in cui ci si toglie le scarpe: essa si trova su un livello inferiore rispetto al pavimento della casa. Da lì si sale sul pavimento dove ci si muoverà senza scarpe, o indossando pantofole appositamente preparate. Non si deve mai salire sul pavimento con le scarpe né calpestare l’area dell’ingresso senza scarpe ai piedi: sarebbero gesti di grande scortesia. Se ci sono pantofole da indossare, prima di entrare in una stanza in stile giapponese, verranno a loro volta tolte e lasciate sul pavimento.
Nella stanza giapponese il pavimento è costituito da tatami, stuoie di paglia intrecciata, mentre nel resto della casa i pavimenti sono in legno, o come accade spesso oggi, rivestiti di moquette. Nella casa europea generalmente non ci si toglie le scarpe quando si va a fare una visita di cortesia ed è sempre di pessimo gusto togliersele in pubblico. In Giappone, invece, è facile incontrare passeggeri che si tolgono le scarpe sul treno, e all’Università i professori spesso ricevono nel loro studio in pantofole. Le calzature sono bandite, inoltre, in molte attività tradizionali giapponesi: cerimonia del tè, ikebana e arti marziali, ad esempio. E tutto questo atteggiamento deriva dalla vita quotidiana nelle pareti domestiche, dove entrare in casa con le scarpe ai piedi è un comportamento spregevole e incivile, al punto che si dice lo facciano solo i ladri: l’oggetto impuro ovviamente sono le scarpe che vengono lasciate nel genkan e messe in ordine con le punte verso l’uscita.
Il Tatami

In una casa il pavimento è di basilare importanza! In legno, in cotto, in ceramica o... in tatami! Quest’ultimo è il particolare pavimento della casa tradizionale giapponese sopravvissuto agli attacchi della modernizzazione, nel dopoguerra, che ha stravolto i canoni costruttivi, gli arredi e gli spazi delle abitazioni. In molte case di oggi pur di non rinunciarvi si è allestita almeno una stanza con il pavimento in tatami dove esso è l’elemento centrale che le trasmette il suo inconfondibile profumo, il colore tenue e rilassante e una particolare calda atmosfera.
Sedersi a terra sul tatami è molto confortevole. Infatti, esso non è compatto e duro, né freddo. I tatami, di forma rettangolare con un lato doppio dell’altro, sono disposti in modo da riprodurre degli schemi prestabiliti che colpiscono per l’apparente asimmetria creando magici effetti ad incastro. Oggi, il tatami è l’unità di misura delle stanze di una casa, e in questo caso tatami si dice jô, così da avere stanze di 4 jô e mezzo, di 6 jô, di 8 jô ecc., misura validamente usata anche per le stanze con altre pavimentazioni. Le misure non sono sempre le stesse: pertanto nei templi shintoisti e nel palazzo imperiale di Kyoto troviamo tatami lunghi 197 cm (daikyô-ma), mentre nel Giappone orientale è diffuso il tatami di 191 cm (kyô-ma); in quello occidentale troviamo altre due misurazioni da 182 cm (chûkyô -ma), in uso anche ad Okinawa, e da 176 cm (inakama) rispettivamente; infine nei moderni condomini, nelle case delle grandi aree urbane, si utilizza una variante più piccola di soli 170 cm (danchi-ma). Ne consegue che una stanza di 6 tatami (6 jô) è grande circa 11 mq a Kyoto, 9,9 mq a Naha, ma 9,3 mq a Tokyo e solo 8,6 mq in un palazzo moderno.
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Due esempi di disposizione dei tatami in una stanza |
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Cenni storici
Fino al XV secolo il pavimento in terra battuta
veniva ricoperto con assi di legno levigate; dalla seconda metà del periodo
Heian (794-1185) si era diffusa l'usanza, particolarmente in presenza di un
ospite di riguardo, di stendere delle stuoie rotonde (enza)
per sedervisi, mentre alla fine del XV secolo appaiono stuoie rettangolari usate
anche per dormire (goza). Il nome
tatami, già in uso nel periodo Heian, indicava stuoie che si potevano ripiegare
ed impilare, dal verbo tatamu che ha
tale significato, per poi essere utilizzato anche per quelle stuoie su struttura
fissa che, dalla fine del periodo Muromachi (XVI sec.), verranno usate,
incassate fra loro, per pavimentare le stanze come le vediamo oggi.
Nel XVI secolo, nel feudo di Bingo (attualmente la
regione orientale della prefettura di Hiroshima), venne introdotto per la prima
volta l'uso degli steli di igusa, un
giunco coltivato nelle risaie, per intrecciare i tatami. Agli inizi del XVII
secolo venne inventata una nuova tecnica di intreccio che permise di utilizzare
anche gli steli corti di igusa, con notevole risparmio nella produzione di
tatami; il feudatario di Bingo ordinò che tale tecnica rimanesse segreta,
esercitando un forte controllo sulla produzione dei tatami.
Per la diffusione del tatami nelle abitazioni della
gente comune bisogna aspettare la fine del secolo scorso; lo enza si sarà
trasformato nello zabuton, cuscino sul
quale ci si siede e il goza avrà
tramandato le sue misure come lo standard per l'attuale shikibuton,
il materasso sul quale si dorme nella camera in stile tradizionale, ovvero che
viene disteso direttamente sul pavimento.
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Composizione e
materiali
Il tatami, è composto di tre parti: toko, omote e heri, prodotti da artigiani diversi ed assemblati da un altro artigiano che si chiama tatamiya. Il toko è la base, spessa da 5 a 6 centimetri, fatta con paglia di riso pressata che può durare diversi decenni. La paglia di migliore qualità deve essere lunga ma, poiché la mietitura meccanizzata la trancia in pezzetti piccoli, si è dovuto persino ricorrere ad importarla dalla vicina Taiwan. Lo omote, la superficie visibile del tatami, è costituito da steli di igusa, ben intrecciati e lo heri, il bordo che decora il tatami sui due lati lunghi, è di stoffa e ce ne sono di diversi tessuti. Sono tutti materiali naturali che durante l'inverno e la stagione piovosa erano soggetti ad assorbire umidità e per questo si usava esporli ad asciugare all'aria aperta, con le prime belle giornate primaverili; oggi ciò non è più necessario sia per l'uso di trattamenti particolari sia perché ci sono tatami che vengono prodotti con fibre sintetiche.
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Alcuni
esemplari di heri |
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Un ofuro, vasca da bagno tradizionale in legno di hinoki
La casa giapponese moderna assomiglia molto a quella occidentale, ma oltre alla washitsu (la stanza con il pavimento in tatami) e al genkan (l'ingresso), il furo (bagno) è l'ambiente che fa la differenza, che esprime l'unicità e originalità culturale dell'abitare "giapponese". Il furo è una stanza separata dalla toire (dove c'è solo il water e il lavandino) con un antibagno dove ci si spoglia. Fare il bagno è un vero toccasana, una seduta antistress che ci fa sentire leggeri e corroborati dopo una giornata di lavoro ma, rispetto alle usanze del mondo occidentale, le modalità differiscono. Ci si lava e sciacqua fuori della vasca al fine di non intorbidirne l'acqua. Infatti entrano nel furo i vari membri della famiglia e gli ospiti hanno la precedenza per garantire loro l'acqua più pulita. La vasca è più profonda che in occidente, tale da permetterci di sedervi dentro con l'acqua che arriva a coprirci fino al collo.
Inoltre la temperatura è alta, intorno ai 40 gradi
centigradi, al punto da produrre abbondante vapore e da aver bisogno di un po'
di tempo per acclimatarsi ad essa poiché al primo impatto sembra che scotti. In
conseguenza del lavarsi "fuori" della vasca, l'ambiente del bagno si
estende al pavimento circostante; per questo troviamo rubinetti la cui acqua
scorre direttamente sul pavimento dove va a ricadere anche l'acqua con la quale
ci si lava seduti su degli sgabellini appositi, usando una bacinella senza
l'apprensione di bagnare per terra! Attualmente i rubinetti sono corredati di
una doccia flessibile, più pratica ma meno divertente...
Oggi l'acqua viene immessa nella vasca da un rubinetto che può miscelare acqua fredda e calda proveniente da uno scaldabagno, ma si possono ancora trovare case con sistemi più tradizionali come la caldaia a gas che riscalda direttamente l'acqua fredda nella vasca. Un vecchio furo con la vasca in ferro e una piccola fornace sottostante in cui si fa ardere la legna si può trovare nel Giappone occidentale: è il goemonburo. Il nome deriva dalla storia di Ishikawa Goemon che, alla fine del XVI secolo, venne condannato da Toyotomi Hideyoshi a morire nell'olio bollente dentro un grande calderone di ferro, simile alla vasca di questo furo. La classica vasca del furo, ormai diventata un oggetto di lusso per gli alti costi, è in legno inoki, ma materiale più economico e diffuso è il polipropilene.
Il Butsudan e il Kamidana
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In
alto un esemplare di Kamidana |
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A sinistra un esemplare di butsudan |
Nelle case giapponesi la religiosità si manifesta con la presenza del butsudan
e del kamidana. Sono due aspetti del credo più diffuso in Giappone: il
buddismo-shintoismo. Due religioni che convivono bene anche nelle mura
domestiche. Il butsudan, letteralmente "altare del
Budda", si diffuse nel periodo Edo (1603-1867) quando, in occasione della
persecuzione dei cristiani, venne imposto l'obbligo di registrazione per
ciascuna famiglia al vicino tempio buddista. I riti inerenti la morte e la
venerazione dei defunti divennero appannaggio, e anche una delle maggiori fonti
di sostentamento, dei templi buddisti.
Il butsudan e' un altarino sito in una nicchia che può essere chiusa
con delle ante o posto in un mobile costruito appositamente; lo troviamo
preferibilmente in una stanza con tatami. In questo altarino si venerano i
propri familiari defunti e una immagine di Budda. Le anime dei defunti sono
rappresentate da tavolette (ihai) che vengono poste nel butsudan
49 giorni dopo la morte. Sulle tavolette come anche sulla tomba non si usa più
il nome reale di quando si era in vita: viene scritto un nome postumo attribuito
dal prete del tempio buddista di appartenenza. Nel butsudan si offrono
cibo, fiori e incenso ai defunti e si leggono testi buddisti. L'altarino
shintoista si chiama kamidana, letteralmente "mensola per gli
dei".
Su questa mensola che, a seconda della divinità venerata, si può trovare
in diverse parti della casa, si offrono sake, candele e riso bianco. Sembra sia
in declino la popolarità di questo secondo tipo di altare, mentre il butsudan
ha più forti radici e coinvolgimento emotivo. Il kamidana e' in legno
naturale, mai trattato con vernici o rivestimenti preziosi, mentre per il butsudan
si usano oltre al legno, la
lacca, il rame, l'oro e l'argento
Il prezzo e' un particolare
da non trascurare: se un kamidana può costare più di un milione un butsudan
sul mercato ha prezzi che possono superare i 500 milioni di lire.
La camera da letto
| La camera da letto si va diffondendo nelle case
giapponesi parimenti all’introduzione del letto in stile occidentale.
Sono molte le case che non hanno la camera da letto come normalmente accadeva fino alla seconda metà del ‘900. Questo è reso possibile dalla mancanza del letto nella tradizione abitativa giapponese. |
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Si dorme sul pavimento dove va steso il futon che è composto da due parti: lo shikibuton e il kakebuton. Il primo è un materasso imbottito in cotone che va steso sul pavimento: ha una struttura non rigida e può essere agevolmente ripiegato e riposto nello oshiire, un ampio armadio a muro con ante scorrevoli grazie al quale la stanza diventa utilizzabile per altre attività. |
Sopra lo shikibuton viene disteso il kakehuton, una coperta imbottita più ampia dello shikibuton che va a coprire il pavimento circostante senza venire rimboccata. In questo “letto senza letto” (non esiste la struttura composta da una rete e dalle spalliere) le lenzuola (shikifu) rivestono sia lo shikibuton che il kakebuton. Si usa stendere il tutto all’aria e al sole nella mattinata. Le misure standard per lo shikibuton sono 90 per 195 cm o 100 per 210 cm, mentre per il kakebuton sono di 150 per 210 cm o 170 per 210 cm. L’uso del futon risale alla metà del XVI secolo, mentre in precedenza si dormiva sulle stuoie. Il cuscino (makura) invece ha una storia diversa: sono stati ritrovati in antiche tombe persino cuscini in pietra che con il passare dei secoli sono stati sostituiti da cuscini in legno o imbottiti di erba o, ancora più tardi, di cotone.

Oggi sono imbottiti di paglia o piume. Una credenza popolare dice che durante il sonno lo spirito lascia il corpo e si nasconde nel cuscino: ne consegue che non si calpestano né si tirano... Un’ altra superstizione considera di cattivo auspicio dormire con la testa rivolta a nord perché in quella direzione vengono rivolti i morti. In Italia una analogia la troviamo con quella che vieta di dormire con la pediera rivolta verso Ia porta, perché il “morto” viene portato via in quella posizione.
Le porte
La porta d'ingresso delle case di oggi è, in molti casi, in stile occidentale. Nelle case in legno più datate che troviamo nelle campagne e nei piccoli centri si osservano ancora porte a pannelli scorrevoli. Queste 'porte' scorrevoli attraggono l'interesse di uno straniero in Giappone: sono molto diffuse all'interno delle case, ma anche nei locali pubblici e in diverse strutture. Tradizionalmente nelle case si chiamano fusuma e sono composte da due ante molto grandi che scorrendo l'una sull'altra vanno a sovrapporsi.
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Fusuma |
Shoji |
Si possono asportare facilmente dalla sede in cui scorrono, consistente in una scanalatura nel pavimento e una nell'architrave sovrastante. I fusuma occupano in larghezza una parete intera e una volta rimossi si ottiene continuità di spazio fra due o più locali. Sono telai di legno rivestiti di carta robusta o di stoffa e spesso decorati con motivi ornamentali che richiamano paesaggi naturali. Esistono antichi fusuma con dipinti di artisti famosi, alcuni impreziositi con lamine d'oro, ancora oggi presenti nei castelli storici del Giappone medioevale.

In uso
dall'VIII secolo si chiamavano fusuma-shoji, ma oggi con il termine shoji
si indicano altri pannelli, ugualmente ad apertura scorrevole, che sono rivestiti da carta traslucida
permettendo alla luce di filtrare all'interno della stanza. Gli shoji, quindi si
adattano alla parete rivolta all'esterno, fungendo da finestra. Usati anche
all'interno, permettono di creare effetti di luce morbidi e ornamentali, con la
loro caratteristica struttura a riquadri, che non è visibile nel più solido
fusuma. Entrambi i pannelli permettono di essere aperti per entrare ed uscire da
una stanza, non hanno serrature e sono così leggeri che non ci si può
"chiudere dentro", e non ha senso riunirsi a "porte chiuse"
perché da fuori si sente tutto. Da tale caratteristica delle abitazioni sembra
risalire il mancato sviluppo del concetto di privacy nel Giappone tradizionale.
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Alcuni schemi tipici in cui possono essere assemblati gli shoji
Il tokonoma e il chigaidana
Nella casa tradizionale, la stanza usata come soggiorno, o per ricevere gli ospiti, è priva di mobili lungo le pareti. A parte il tavolino, molto basso per gli standard di altri paesi visto che non si usano sedie ma ci si siede a terra su un cuscino (zabuton), la stanza è alquanto sguarnita. Le pareti possono essere fisse o costituite da fusuma più o meno decorate, ma l'attenzione andrà ad una parete particolarmente ornamentale che non troviamo nell'architettura di altre culture e che compensa la semplicità del resto della stanza. Questa parete presenta una rientranza, detta tokonoma, la cui base è su un piano più elevato rispetto al pavimento della stanza stessa. Il tokonoma varia nelle misure a seconda degli stili e dei periodi storici, può avere una profondità di oltre mezzo metro e una ampiezza di 1,8 metri, equivalente all'incirca alla lunghezza di un tatami. Sulla restante porzione di parete troviamo due o tre mensole fra loro sfalsate in modo da creare delle eleganti asimmetrie, dette chigaidana. Le mensole, come la base del tokonoma, sono in legno levigato e lucido dai colori naturali, la parete di fondo ha solitamente colori tenui e chiari. Nel tokonoma, troviamo gli elementi decorativi, che possono mutare a seconda dell'estro estetico del padrone di casa: un kakejiku (una pittura o una calligrafia) e una composizione floreale e a volte altri oggetti artistici.

Gli elementi caratteristici dello hondoko, il tokonoma tipico della cerimonia del te.

Il tokonoma di una casa da abitazione: sono presenti il kakejiku e una composizione ikebana.