Aikido


 

Matsu-kaze: vento tra i pini.

Riflessioni sull’arte dello haiku



 

di Mario Polia

 

Haiku: la scheda

Per una migliore comprensione dell'articolo e delle opere presentate, raccomandiamo di prendere visione delle schede integrative a lato.

Haiku: tecniche e diffusione

 

Trattare, in un breve articolo, di un genere poetico vecchio di quasi cinquecento anni non è solo presuntuoso, è impossibile come è impossibile trattare compiutamente del suo sviluppo ed anche solo accennare in modo conveniente ai suoi autori ed alle loro storie. Quando si tratta, però, di far intendere l’anima di questo genere poetico (haikai) le cose cambiano: non è più, in questo caso, questione di spazio e di quantità di parole, ma di intensità di contenuti, di suscitare eco che penetrino nel cuore producendo assonanze, ridestando sentimenti latenti o sopiti: sentimenti universali, “umani”, a dispetto delle differenze di latitudine, tempo, lingua, religione e cultura. Un frammento di vetro, infatti, contiene in piccolo la stessa gloria e lo stesso potere del sole; una goccia di brina notturna racchiude, intatta, la natura della luce della luna. Così, in queste poche pagine ho voluto trasmettere il profumo ed il sapore di questo frutto d’Oriente, un frutto che ha il gusto profondo del cuore: kokoro no aji. La traduzione è stata condotta sui testi giapponesi, selezionandoli fra quelli che fanno parte di un’ampia raccolta da me preparata e non ancora pubblicata, tentando di rimanere fedele non solo al significato delle espressioni giapponesi, ma al fluire ed al ritmo dei versi. Di ogni haiku è stata indicata la parola o la frase che, tradizionalmente, indica la stagione (kigo) e sono stati dati alcuni cenni linguistici. Alcuni haiku sono stati commentati facendo riferimento ai sentimenti che li animano, alle valenze che le parole sottintendono. Per altri componimenti, ogni commento sarebbe stato inutile: occorre recepire lo haiku in uno stato di silenzio interiore lasciando che le parole e le sensazioni vibrino nel silenzio e si dissolvano in esso. In questo modo si diverrà come il foglio su cui il poeta fa scorrere ancora il pennello, come la prima volta. Solo così, infatti, potrà cogliersi l’essenza dell’idea - impossibile da afferrare con la mente, imposibile da esprimere con le parole - che illuminò come lampo fugace l’anima del poeta o che suscitò in essa, come la rana che salta nell’acqua, sonorità e vibrazioni di luce che s’innalzano e si disperdono fino a che l’acqua ritorna alla quiete originaria.


Shinnen: inizio d’anno

 

Ransetsu (1653-1707)

Ganjitsu ya                 Inizio d’anno
harete suzume no       
storie di passeri
monogatari                
sotto un cielo sereno

kigo: gan-jitsu, “inizio d’anno”; harete: “senza nubi”, “aperto”; suzume no (“di passeri”) monogatari (“racconti”): i passeri che cinguettano sembrano narrare racconti. L’inizio dell’anno, nel Giappone tradizionale, coincide con gli inizi della primavera evocata dal cinguettare dei passeri e dal limpido cielo che si stende sul mondo come una promessa.

Onitsura (1660-1738)

Ô–ashita                       Primo giorno dell’anno
mukashi fukinishi
         un vento di mille anni fa
matsu no kaze            
  soffia tra i pini

kigo: ô ashita: lett. “grande giorno”, il capodanno; mukashi: lett. “(di) tanto tempo fa”: si noti l’effetto onomatopeico delle due terminazioni in -shi che suggeriscono il sibilare del vento.

Un nuovo anno inizia secondo il calendario degli uomini, ma il vento che oggi soffia tra i pini è lo stesso che vide nascere il mondo e lo vedrà morire. Il tempo dell’esistenza si compie d’accordo alla durata d’ognuna di esse e secondo la percezione che ogni esistenza ha del proprio tempo. Il tempo, ogni tempo, tuttavia, inizia e termina nel silenzioso cuore del non-tempo, così come appaiono e scompaiono le onde, o le bolle d’aria, sulla superficie del mare. 


 

Haru: primavera

 

 

Sodô (1641-1716)

Yado no haru              Primavera
nanimo naki koso      
nella mia capanna
nanimo are                 
non c’è nulla e c’è tutto

kigo: yado no haru: lett. “primavera della mia capanna” (yado: “alloggio”); nani-mo naki ... nani-mo are: “nulla” ... “tutto c’è”

Commenta Blith: “Un topo corre sui tatami e tutti i giardini zoologici non potrebbero manifestare una vita piú grande. La muffa ricopre un vecchio pezzo di cuoio, e il mistero e il potere della natura sono svelati”. Dietro l’assoluta povertà delle cose, oltre l’apparente nulla, palpita l’inesauribile ricchezza del cuore. Il componimento esprime in modo luminoso uno dei sentimenti più alti e profondi dell’anima giapponese e del poeta di haiku in particolare: sabi, la serena, distaccata solitudine; la semplicità del cuore raggiunta attraverso la semplificazione dei bisogni, mediante l’ordinamento della vita attorno a un Centro vivente che coincide col Cuore del mondo e del tempo.

Bashô (1644-1694)

Saki midasu                Tra fiori di pesco
momo no naka yori
    che sbocciano ovunque
hatsu-zakura
              il primo fior di ciliegio

kigo: hatsu-zakura “primo (hatsu) fior di ciliegio”; saki midasu <saki midareru: “sbocciare / fiorire a profusione”; momo: “pesco”

Il primo fiore di sakura che sboccia fra la moltitudine di fiori di pesco esprime una distinzione aristocratica che ricorda quella cui allude il vecchio adagio: Hana wa sakura gi hito wa bushi, “Tra i fiori il ciliegio fra gli uomini il guerriero”.

Fuku tabi ni                A ogni soffio di vento

chô no inaoru             volteggiar di farfalle

yanagi kana                tra rami di salice

kigo: chô, “farfalla”; inaoru <iru (“essere”) + naoru [2k6.2]: “cambiare d’atteggiamento”, “alzarsi di scatto”, ecc.

Nao mitashi                 Ancora vorrei vedere
hana ni akeyuku
         tra i fiori all’alba vagare
kami no kao
                il volto del dio

nao: “ancora una volta”; mitashi (mitai): forma ottativa <miru

Per un attimo solo, che vive intatto nel ricordo, il poeta ha visto, tra i fiori dell’alba, la manifestazione, “il volto del dio”: kami no kao. Di quale dio? Del genio del luogo o dell’albero? Non è necessario saperlo, né il poeta lo dice. Kami significa anche “divino”, esprime ciò che è sacro e da cui il sacro si manifesta. Ciò che Bashô ha visto, per un attimo solo che neppure appartiene al tempo ordinario, è l’eternità radiante dell’Essere, il “corpo di gloria” del Buddha nei fiori dell’alba e vorrebbe coglierla di nuovo, vederla ancora (nao mitashi) tra i fiori di un’altra alba di primavera. Il sentimento che anima questo haiku è yû-gen: il sentimento che si prova dinanzi al subitaneo balenare del mistero nascosto dietro l’apparenza delle cose. significa, in cinese, “quieto”, “profondo” e gen significa “nero”, “misterioso”, “nascosto”. “La bocca vorrebbe parlare ma le parole scompaiono. La mente vorrebbe comprendere ma i pensieri svaniscono.” (Zenrinkushu)

Kiri-shigure                 C’è nebbia e piove
Fuji wo minu hi zo   
    
il Fuji non si vede
Omoshiroki                
 
oggi è un buon giorno

kigo: kiri-shigure, “nebbia-piovasco primaverile”

Sembra quasi di vedere il poeta pronunciare queste parole mentre apre la finestra al mattino. E tornano alla mente altre sagge parole: “Se il cuore non è in balia dei venti di tempesta, dovunque s’innalzano azzurre montagne e s’estendono cieli sereni” (Saikontan, 291)

 

Onitsura (1660-1738)

Ara ao no                     Come sono verdi
yanagi no ito ya
          i penduli rami del salice
mizu no nagare
           sull’acqua che corre

kigo: yanagi hito “i fili (hito) del salice (yanagi)”; ara ao no: lett. “del (no) [salice] intensamente (ara) verde (ao)”

 

Jôsô (1661-1704)

Matsu-kaze wo             Odo la brezza
uchikoshite kiku
          correr tra i pini
kawazu kana
                fra canti di rane

kigo: kawazu “rana/e”;  uchi-koshite <utsu [3c2.3] (“colpire”) + kosu (“attraversare”); kawazu: lett. “rane” (s’intende sottinteso naku, “cantano”, oppure no koe “delle … la voce”)

 

Mokudô (1666-1723)

Harukaze ya                 Vento di primavera
mugi no naka yuku
      corre fra campi d’orzo
mizu no oto
                  murmure d’acque

kigo: haru-kaze, “vento di primavera”; mugi no naka: lett. “fra l’orzo”; mizu no oto: lett. “suono (oto) d’acqua”

La primavera è resa magistralmente con solo tre elementi caratterizzanti: il vento; i campi d’orzo verdeggianti; il suono dell’acqua che corre.

Buson (1715-1783)

Kusa kasumi                Erbe nebbia
mizu ni koe naki
         fra acque silenti
higure kana
                il tramonto

kigo: kasumi “nebbia”; mizu ni koe naki: lett. “fra (ni) acque (mizu) senza suono (koe naki)”; higure (hi-kure): “tramonto”

Un pallido sole velato dalle nebbie si perde oltre immobili distese di erbe solcate da acque che scorrono senza rumore. Si avverte, soffuso sulle cose, il sentimento di nostalgia (mono no aware) indotto nel poeta dalla sera che scende sui campi ponendo fine a un altro giorno. Allo stesso tempo, si sente la sensazione di solitudine (sabi) e di quiete, accentuata efficacemente dall’assenza di verbi. Sabi è anche il silenzio della mente e la quiete silenziosa del cuore che permette di cogliere il significato riposto nelle cose e nei fenomeni della natura, il tralucere dell’inesprimibile.

Hashi nakute               Non c’è ponte
hi bossen to suru
        il giorno è finito
haru no mizu
              acqua di primavera

nakute: “manca” (<nakusu); bo (cin.): “farsi sera” (giapp. kureru)

Si fa notte. L’ora e l’assenza del ponte rende impossibile il guado. Solo allora, costretto a fermarsi, il poeta accetta gli eventi e, nella quiete della sera, s’accorge del sussurrante splendore dell’acqua che corre portando con sé primavera. Vi è una storia zen che illustra una situazione simile: qualcuno, inseguito da una tigre, fuggendo si trova sul bordo di un precipizio. Mentre la tigre ringhia minacciosa sopra di lui e sotto si spalanca l’abisso, persa ormai ogni possibilità di risalire o di scendere, il fuggiasco si aggrappa ad un appiglio e vede, dinanzi a sé una piantina di fragole. Ne coglie una, l’assapora ed esclama: “Quant’è buona!”

 

Issa (1763-1827)

Uguisu ya                         L’usignolo canta
gozen e detemo
                dinanzi a sua maestà
onaji koe
                          lo stesso canto

go-zen: go- prefisso che indica trattarsi di persona onorevole; zen = mae: “dinanzi”; dete <deru: “andare”, “apparire”; onaji: “lo stesso”

In giapponese makoto è la sincerità e la fedeltà alla propria natura ed alla natura delle cose. Il canto dell’uguisu, che s’effonde liberamente dal cuore, è immagine poetica della virtù più cara all’etica del Giappone tradizionale: makoto, leale espressione di verità attraverso l’espressione della propria natura. Si narra che un maestro zen, famoso per la sua saggezza e santità, mentre si accingeva a pronunciare un sermone dinanzi ad una moltitudine di monaci convenuti d’ogni parte per ascoltarlo, sostò lungamente in ascolto del canto dell’uguisu. Quando l’usignolo terminò il suo canto, il maestro s’inchinò verso i suoi monaci e si accomiatò dicendo che il sermone era terminato e che, da parte sua, egli non avrebbe saputo aggiungere altro.

Asagao no                         La mia capanna
hana de fuitaru                 è ricoperta
iori kana
                           da convolvoli in fiore

fuitaru <fu(eru) che esprime l’idea di crescere abbondantemente in altezza

Povertà materiale che s’ammanta di gloria ad ogni nuova primavera; povertà della mente in cui sbocciano i fiori del Risveglio, in cui rifulge la radiosa ricchezza dello spirito: il Corpo di Gloria del Buddha.

Yû-zakura                         Ciliegi in fiore sul far della sera
kyô mo mukashi ni
            anche quest’oggi
nari ni keri
                        è diventato ieri

mukashi: lett. “tempo passato”

Contemplando i ciliegi fioriti, sul far della sera, il poeta avverte la caducità della vita, l’inesorabile legge del tempo che tutto travolge, sentimento che ogni anima sensibile prova e che il giapponese rende con mono-no aware: “compassione” (aware), per ogni cosa e creatura. Allo stesso tempo, però, anche senza esprimerla con le parole, percepisce l’eternità nella fragile bellezza dei fiori e nello scorrer del tempo, come solo il saggio e il poeta sanno percepirla.

 

Kyôshi (1874-1959)

Saezuri                          Un canto d’uccello
takamari owari              s’innalza svanisce
shizumarinu
                   silenzio

kigo: saezuri, “gorgheggio”; takamaru: “innalzarsi”; owaru: “finire”

Haiku di rara armonia, la sua dimensione più profonda è il silenzio da cui il canto sembra prorompere per poi essere riassorbito in esso. E, come un canto d’uccello che sgorga improvviso rompendo il silenzio, anche lo haiku nasce dal silenzio per tornare al silenzio dopo solo diciassette sillabe. Il sentimento, espresso intensamente, è lo yûgen, lo stupore sacro dinanzi al profondo mistero sottinteso ad ogni cosa e ad ogni manifestazione della natura. “Il vecchio pino stormisce la divina saggezza. L’uccello nascosto nel bosco canta l’eterna armonia.” (Zenrinkushu)

 

Natsu: estate

 

Hon'ami Koetsu (1558-1637)

Sanjūrokkasen

Inchiostro su carta colorata e laminata con oro e argento
Museo Nazionale di Tokyo

Bashô

Hototogisu                       Il canto del cuculo
kieyuku kata e
                  si perde lontano
shima hitotsu
                   verso un’isola sola

kieyuku: <kieru, “svanire” + yuku, “andare”; kata e: “verso”

 

Kyorai (1651-1704)

Suzushisa no                    Cantando la glora del Buddha
noyama ni mitsuru
           la frescura riempie
nembutsu kana
                 i campi ed i monti

kigo: suzushisa “frescura”; no (“campi”) yama (“monti”); mitsuru <mi(tasu) [3a9.25]: “riempire”

Nella recitazione della formula Namuamidabutsu (“Gloria al Buddha della Terra Pura”, giapp. nembutsu) la mente s’acquieta, si distacca dall’oppressione dell’afa soffocante ed una dolce frescura si stende su ogni cosa. In un’occasione assai più drammatica, nel monastero di Yerin-ji dato alle fiamme da Oda Nobunaga, l’abate Kaisen rivolse ai suoi monaci, che aspettavano la morte seduti in meditazione, l’ultimo sermone: “Per sedere in meditazione quietamente, non c’è bisogno d’andare sui monti, o lungo il corso dei fiumi. Quando la mente è immobile, anche il fuoco è fresco e dà sollievo.”

 

Kikaku (1660-1707)

Inazuma ya                        Ah, i lampi!
kinô wa higashi
                 ieri ad oriente
kyô wa nishi
                      oggi a occidente

kigo: inazuma “lampi”; kinô ... kyô: “ieri ... oggi”; higashi ... nishi: “oriente ... occidente”

Una constatazione apparentemente banale: i lampi scoccano quando e dove vogliono. Già, ma perché? Nella mancata risposta si avverte l’incapacità (e il disinteresse) da parte del poeta di comprendere razionalmente il perché del fenomeno, che egli accetta comunque così com’è. Allo stesso tempo, dietro l’assenza di risposta e il balenare imprevedibile dei lampi, traspare il senso dell’”oscuro mistero” che avvolge ogni cosa e pure ogni cosa dirige e porta a compimento.

 

Ryôta (1707-1787)

Owarete wa                       Quando l’insegui
tsuki ni kakururu
              la lucciola s’occulta
hotaru kana
                       nel plenilunio

kigo: hotaru “lucciola”

Lo haiku può essere anche interpretato come metafora della conoscenza: spesso siamo simili a colui che insegue lucciole nel plenilunio. Ci affanniamo a inseguire le piccole luci delle opinioni personali o delle idee altrui per rischiarare l’incerto cammino fra le tenebre dimenticando la luce del plenilunio: la verità che splende dovunque, comunque e per tutti coloro che sappiano coglierne la presenza. E una volta colta, le opinioni e le idee vengono riassorbite nella luce del Risveglio (di cui la luna è metafora) come lucciole nel plenilunio. Purtroppo, molti “Guardando non vedono, udendo non odono” eppure “Nulla da nessuna parte è nascosto, dai tempi dei tempi tutto è chiaro come la lce del giorno.” (Zenrinkushu)

 

Buson

Mijikayo ya                      Breve notte d’estate
kemushi no ue ni
              sulla peluria del bruco
tsuyu no tama
                   stille di rugiada

kigo: mijikayo, “breve notte (d’estate)”; kemushi no ue ni: lett. “sul (ue ni) bruco (kemushi)”; tsuyu (“rugiada”) tama (“gocce” ma anche “perle”)

L’estate pervade tutto, anche gli angoli più riposti della natura e le più umili creature. Il poeta canta l’arrivo dell’estate nella brezza e nella rugiada mattutina che accarezzano e imperlano non splendidi fiori ma il vello dorato di un bruco (ke-mushi) e invita il lettore a fare altrettanto: miyuru, “puoi vedere”. Sempre che si possegga la necessaria semplicità del cuore. Mano a mano che procede la semplificazione della mente e del cuore del poeta, parimenti procede la sua capacità di prestare attenzione alle piccole cose e quella di cogliere, in esse ed attraverso di esse, l’eterno e l’infinito. Quando si possiede questa capacità di penetrazione –che è capacità di sciogliere il simbolo- non vi è più un soggetto d’ispirazione più grande o meno grande, più illustre o meno illustre, più degno o meno degno, più significativo o meno significativo. Tutto diviene “significativo” in quanto le cose compiono la loro funzione di “segni”, di simboli, appunto e la realtà acquista significato, la “significatione” dell’Altissimo che cantava Frate Francesco.

Yamabata wo                      Sui campi montani
kosame hareyuku
                la pioggia leggera svanisce
wakaba kana
                       fra tenere foglie

kigo: wakaba, lett. “giovani (waka) foglie (ha)”; yama-bata: “campi coltivati (bata) in montagna (yama)”; hare-yuku <hareru “schiarire”, “rasserenarsi” (del tempo) e yuku, “andare”; ko-same: lett. “piccola (ko) pioggia”

Issa

Furusato ya                        Ah, il mio luogo natio
hotoke no kao no
                il volto della lumaca
katatsumuri
                        è quello del Buddha

kigo: katatsumuri “chiocciola di terra”

E’ necessaria una buona dose d’irriverenza, o d’illuminazione, per vedere nel muso della lumaca il volto radiante del Buddha. Qui, però, si tratta del secondo caso: visitando i luoghi natali, il poeta torna bambino e nella fanciullezza del cuore, che coincide con la pienezza del Risveglio, vede ogni cosa nella sua vera natura: la medesima del Corpo di Gloria del Buddha. Eterna e serena, al di là dei nomi e delle forme. “Quando si è penetrato il profondo mistero dell’unica natura, di colpo dimentichiamo i grovigli esterni. Quando le diecimila cose sono viste nella loro unità torniamo all’origine e restiamo dove sempre siamo stati.” (Seng t’san / Sosan: Shinjin mei)

 

Aki: autunno

 

Sakai Hoitsu (1761-1828)

Luna con fiori autunnali

Inchiostro, colore e argento su carta rivestita di foglia dorata
Schermo a sei sezioni, cm 140 x 309 (dettaglio delle sezioni 3-4)
Proprietà della Asahi co., Tokyo
Importante bene culturale

 

Ryûho (1594-1669)

Tsukikage wo                      Attingo e travaso
kumi-koboshikeri
               limpida luce di luna
chôzubachi
                          dal lavatoio

kigo: tsuki-kage: lett., “luce (kage) di luna (tsuki)”; kumi <kumu [3a3.7] “attingere” + koboshi (<kobosu [3a10.19]) “travasare” + keri che indica il compimento dell’azione

Il chiarore della luna autunnale empie la vasca del lavatoio ed il secchio con cui l’acqua è attinta e versata. E l’acqua non è più acqua, ma liquida luce di luna. E la luna è la mente, è il cuore.

 

Bashô

Hasu-ike ya                       Laghetto dei loti
orade sono mama
             così come sono non colti
tama-matsuri
                     per la festa dei morti

kigo: tama-matsuri, lett. “festa (matsuri) degli spiriti (tama)”; tama-matsuri: indica il compimento dei doveri rituali (matsuri) nei confronti degli spiriti (tama) degli antenati; tama significa “anima” e “gioiello”; hasu: “loto”; sono mama: “proprio così”

In occasione della festa dei morti, sul piccolo altare domestico- il tama-dana- si offrono fiori ai morti fra lampade votive. Il poeta vede la natura cogli occhi del risveglio e preferisce non cogliere i fiori di loto del laghetto. Sono essi stessi l’offerta che l’uomo non ha creato e che non occorre cogliere. Il laghetto, l’intera natura sono l’altare d’offerta che la natura, attraverso il poeta, ha dedicato loro. Gli spiriti degli antenati sono lì, fra i loti, a riceverla.

 

Tsuki hayashi                      Tra rami
kozue wa ame wo
                bagnati di pioggia
mochinagara
                       fuggevole luna

kigo: tsuki hayashi, “luna veloce”; lett.: “luna (tsuki) veloce (hayashi)  mentre (-nagara) i rami (kozue) trattengono (mochi) la pioggia (ame)”

Immagine fugace e luminosa che evoca la compassione per le cose percepite quasi attraverso un velo sereno di lacrime.

 

Yo no naka wa                     Là fuori
inekaru koro ka
                  è già tempo di mietere il riso?
kusa no io
                            capanna di fronde

kigo: inekaru, “mietitura del riso”; yo no naka ni: lett. “nel mondo”; lett. “(è) tempo (koro) di mietere (karu) le piante di riso (ine)? (ka)”

Nel riparo precario dalle pareti di rami e dal tetto di fronde, dove il poeta si è ritirato per meditare in solitudine, le leggi del tempo sono sospese. Fuori, “nel mondo”, fervono i ritmi della vita e delle stagioni. Forse un canto lontano di mietitori ricorda al poeta che è giunto il tempo della raccolta del riso e gli rammenta che il lavoro è parte del dharma, come lo è la sua solitaria meditazione. Un giorno anch’egli, per vivere, dovrà mangiare di quel riso e chi glielo offrirà chiederà, forse, in cambio una sua preghiera, o una sua poesia.

 

Ransetsu (1653-1707)

Hito ha chiru                       Un foglia cade
totsu hito ha chiru
 
             totsu! solo una foglia
kaze no ue
                            sulle ali del vento

lett.: “sul vento (kaze no ue)”

totsu! è un’esclamazione zen volutamente priva di senso, come kwatz! E per questo non l’abbiamo resa in altro modo. Questo haiku è il poema di commiato dalla vita composto da Ransetsu poco prima della sua morte: una foglia si distacca dall’albero della vita, quand’è giunta la sua stagione, e il vento la porta con sé. Da dove viene e dove va il vento? Silenzio, yû-gen, “oscuro mistero”.

 

Kyoroku (1655-1715)

Imo wo niru                        Pur nella pentola
nabe no naka made
           dove bollo patate
tsukiyo kana
                       la notte di luna!

lett. “Persino (made) dentro la pentola (kabe no naka) che bolle (niru: 4d8.9) le patate (imo wo) la notte (yo) di luna (tsuki)! (kana)”

Tutti (o quasi) sanno apprezzare la bellezza della luna che splende alta nel cielo ma soltanto il poeta è capace di vederla, intatta nella sua bellezza, nell’acqua di una pentola, in una cucina oscura in cui la luna entra dalla finestra. La distanza concreta e la differenza qualitativa, apparentemente infinita, fra la lucente regina della notte e il povero recipiente domestico sporco di fuliggine è abolita. La luna è dovunque, è sostanza immateriale e luminosa. E’ qui ed ora: è l’anima della notte d’autunno. Il tono aulico della poesia che canta la luna nel cielo è stato smesso dal poeta come una veste consunta. Il cielo e la luna sono anche nella cucina dove il poeta ne contempla la luce, “persino” (made) nella pentola dove cuocciono patate per la sua povera cena. La luna splende nella sua anima: è la sua anima ed essa coglie la Realtà “così com’è” (sono mama), nella sua semplice, divina interezza. E questo è un magnifico esempio di cosa vuol dire haikai, fare haiku. Ma, prima ancora, di cosa significhi vedere il mondo cogli occhi del Risveglio.

 

Buson

Akikaze no                        Il vento d’autunno
ugokashite yuku
              scuote lo spaventapasseri
kakashi kana
                    e va

kigo: akikaze, “vento d’autunno”; ugokashite yuku: lett. “scuotendo (<ugokasu) va (yuku)”

Il sussulto dello spaventapasseri svela la presenza del vento. Prima e dopo di quel breve sussulto: immobile quiete. Il vuoto del cielo autunnale. Un soffio di vento, per un attimo solo, infonde vita a quello scheletro inerte coperto di stracci. Poi passa oltre e lo spaventapasseri rimane un patetico oggetto abbandonato nei campi. In poche sillabe il poeta coglie nella vita -in ogni vita- il proteiforme gioco della Vita che, per un attimo solo, animando le forme appare e scompare come un riflesso cangiante di luci nel cuore sereno del Vuoto.

 

Ryôkan (1756-1831)

Nusubito ni                        Il ladro
torinokosaresh
i
                ha lasciato la luna
mado no tsuki                    nella finestra

nusubito ni tori no: lett. “di ciò che è stato preso (tori no) dal ladro (nusu-hito ni) è rimasta kosareshi (<kosu: 3b9.18) la luna (tsuki) della finestra (mado no)”

Una notte, tornando nella sua capanna, forse dopo aver girato nel villaggio per mendicare un po’ di riso bollito, il monaco zen Ryôkan s’accorge che un ladro gli ha portato via l’unica cosa di un certo valore: la coperta imbottita. Pensa al ladro: un poveraccio ancor più disgraziato di lui, che forse, con l’anima fra i denti, sta ancora correndo col misero bottino su per i monti e sente compassione per lui. Nella finestra, chiara, splende la luna. La stessa luna illumina il monaco Ryôkan e l’anonimo ladro. Questi non ha potuto portarsela via e non ha potuto neppure rubare dall’anima del monaco il prezioso tesoro della sua illuminazione –di cui la luna è simbolo- lo stesso che gli permette di sorridere della buona e dell’avversa fortuna.

 

Issa 

Shiratsuyu no                      Grillo
tama fungaku na
                 non calpestare le gocce
kirigirisu
                             di bianca rugiada

kigo: kirigirisu, “grillo”; shira ... tama: “bianche … gocce”, forse perché illuminate dal plenilunio, “gocce “(tama); fungaku na: “non calpestare”

Il poeta ammira commosso le goccioline lucenti che il plenilunio trasforma in fragili perle e percepisce tutta la bellezza della loro fugace esistenza, del lucente candore, della chiara verginità. Le gocce di rugiada si trasformano, così, in simbolo di bellezza ed esprimono l’impermanenza di ogni cosa esistente. Nella loro bellezza, che dura una sola notte, il poeta coglie la presenza dell’eterno e prega quindi il grillo di non turbare quell’attimo.

 

Shiki

Nashi muku ya                    Sbuccio una pera
amaki shizuku no
               dalla lama dolce
ha wo taruru
                       stilla una goccia

kigo: nashi, “pera”

Una situazione comune, forse banale, che il poeta rappresenta “così com’è”, ma anche la situazione più comune è specchio del profondo. Coglierne il senso è prerogativa del poeta e del saggio. La dolcezza del frutto bagna la lama che lo taglia, una goccia di dolcezza è il suo ultimo dono. Allo stesso modo, prima di divenire Buddha, nella precedente esistenza il Bodhisattwa offrì il suo giovane corpo a una vecchia tigre ormai incapace di cacciare. Allo stesso modo, in una poesia di R. Tagore, l’albero del sandalo profuma la lama dell’ascia che lo abbatte.

 

Fuyu: inverno

Konoe Nobutada (1565-1614)

Sanjūrokkasen

Albu, cm 21,1 x 18,6
Inchiostro su carta colorata e laminata con oro e argento
Museo Nazionale di Tokyo

Fu Nobutada a far rivivere la tradizione dell'epoca Heian di decorare i fogli con delicati disegni eseguiti in oro e argento, su cui apponeva la sua forte calligrafia corsiva 

 

Ochikochi ni                     Lontano e vicino si ode
taki no oto kiku
                 crosciar di cascate
ochiba kana
                      tra foglie cadute

kigo: ochiba, “foglie (ha) cadute (ochi-)” taki no oto: “suono (oto) di cascate (taki)”

“Lontano e vicino” (ochi-kochi) amplifica lo spazio e sottintende le diverse intensità del suono delle acque nel bosco.

 

Fuyugare ya                       Desolazione invernale
yo wa hito iro ni
                 in un mondo d’un solo colore
kaze no oto
                         il suono del vento

kigo: fuyu-gare “desolazione (kare) d’inverno (fuyu)”

 

Toginaosu                          Chiaro diviene
kagami no kiyoshi
             e puro lo specchio
yuki no hana
                       tra fiori di neve

kigo: yuki no hana, “fiori di neve”: i cristalli di ghiaccio; togi <togu, “pulire” e naosu, “trasformarsi”, “divenire”; kagami: “specchio”; kiyoshi: “puro”

Il poeta si riferisce a uno specchio materiale o alla sua mente, diventata limpido specchio tra i cristalli di neve?

 

Taigi (1709-1772)

Hakikeru ga                       Spazzarle via
tsui ni wa hakazu
               e poi non spazzar più
ochiba kana
                        le foglie cadute

tsui [2q9.13] ni: “finalmente”; haki-keru ... hakazu <haku: “spazzare”

All’inizio dell’inverno il poeta spazza le foglie morte che il vento ammucchia sulla soglia ma, con l’inoltrarsi della stagione, i mucchi di foglie sono sempre più grandi e spazzarle diviene inutile. Così il poeta s’arrende, accettando che la natura faccia il suo corso. Depone l’inutile ramazza e passeggia sul tappeto di foglie odoroso e frusciante.

 

Buson

Suisen ni                           Fra i narcisi
kitsune asobu ya
              
giocano le volpi
yoi tsukiyo
                        bella notte di luna

kigo: suisen, “narcisi”; kitsune (“le volpi”) asobu (“giocano”); yoi (“bella”) tsuki (“di luna”) yo (“notte”)

Un quadretto di vita selvaggia al chiaro di luna, con un sapore di mistero. Le volpi, infatti, in Giappone spesso sono metamorfosi di spiriti della natura. In questo caso le volpi possono essere semplicemente tali, o essere dèi che danzano sotto la chiara luna d’inverno. Le due cose sono possibili, entrambi sono reali ed è la capacità di trasfigurare la realtà materiale –capacità che i Greci chiamarono poiesis e ritennero un dono divino- che contraddistingue il poeta.

 

Furuike no                        Vecchio stagno
oshidori ni yuki furu
         sulle anatre cade la neve
yûbe kana
                          sul far della sera

kigo: yuki furu, “cade (furu) la neve”; oshidori: “anatre mandarine”; yûbe: “sera”

Una scena invernale ritratta nella sua immediata espressività, come in un rapido schizzo tracciato col pennello e la china: un vecchio stagno, alcune anatre che galleggiano placidamente, quasi immobili; la neve che fiocca lenta sul far della sera. Una scena che infonde un sentimento soffuso di solitudine, silenzio, nostalgia: l’anima dell’inverno si riflette in quella del poeta come in uno specchio.

 

Seisei (1869-1937)

Chikurin ni                      Nel bosco di bambù
shigure fukikomu
            soffi di gelida pioggia
yûbe kana
                       sul far della sera

chiku: cinese “bambù” (giapp. take); rin: cinese “bosco” (giapp. hayashi); fukikomu: lett. “soffia dentro

 

Arô (1879-1951)

Hiyodori no                      Un uccello ha cantato
sorekiri nakazu
               poi di nuovo silenzio
yuki no kure
                     nel tramonto nevoso

sorekiri: lett. “non più di quello”, “poi non più”; hiyo-dori: ingl. bulbul

“Il vento cessa ma ancora piovono fiori. Un uccello canta: la montagna si fa ancor più misteriosa”. (Zenrinkushu)