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Sabato 27 Mag 2017
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Dōjō (道場, Dōjō), comunemente traslitterato come dojo, significa luogo () dove si segue la via (dō), o anche: luogo per la ricerca della via.

Il termine derivato dal Buddhismo, indicava il posto in cui si ottiene il risveglio, venne adottato nel mondo militare influenzato dalla tradizione zen, per questo è diffuso nell'ambiente delle arti marziali. Con la diffusione nel XX secolo dei diversi budo, con l’obiettivo di coltivare il carattere e formare individui di valore, sorsero numerosi dojo che venivano in molti casi considerati da maestri e praticanti una seconda casa.

Il dojo rappresenta uno spazio dedicato alla concentrazione, alla meditazione, dove si apprende con amicizia e mutuo rispetto, attraverso una pratica attenta e corretta. Per questo ci si allena in silenzio, in un’atmosfera di calma serenità, per raggiungere la migliore realizzazione della propria individualità, l’equilibrio tra mente e corpo. Il dojo diviene simbolo della Via dell'arte quando il praticante riesce a realizzare un giusto stato mentale e spirituale.



L’origine

E’ sempre un’operazione delicata quella di tradurre parole in lingue e culture completamente diverse tra loro, spesso una traduzione letteralmente esatta può rivelarsi concettualmente scorretta. Ricercare l’origine e l’uso di un termine può però aiutare a comprenderne il significato. Etimologicamente Do è la pronuncia giapponese di Tao (come in Tao-te-ching), un’ulteriore interpretazione potrebbe allora essere: il luogo del Tao.

Il termine palestra inteso come spazio dedicato all'esercizio fisico, è quindi una trasposizione impropria di dojo, perché è la ricerca del giusto atteggiamento, attraverso il rafforzamento del corpo e l'apprendimento della tecnica, che consente al praticante di progredire.



Il saluto

Il saluto è una componente di ogni civiltà, salus in latino indicava la salvezza, la condizione di cessato pericolo, e per estensione la salute.

Il saluto (Rei) può essere eseguito in due posizioni: in piedi (Ritsu Rei) e seduti in posizione di seiza (Za Rei). Il saluto non è un gesto formale, ma un atto di rispetto nei confronti del Dojo, del Maestro del nostro compagno d'allenamento, e in definitiva di noi stessi.

Quando entriamo nel dojo, ci inchiniamo rivolgendoci al kamiza: questo saluto è un gesto di rispetto nei confronti del fondatore dell'Aikido. Anche quando saliamo o scendiamo dal tatami, salutiamo verso il kamiza.


L’etichetta

Il dojo è come una piccola collettività, con regole che devono essere rispettate. Quando i praticanti indossano il keikogi diventano tutti uguali; la loro condizione sociale viene lasciata fuori. Già il cambiarsi d’abito è un atto che invita ad un silenzioso raccoglimento e alla ricerca della presenza di se stessi.

L’osservanza di questi precetti tradizionali è importante per favorire la coordinazione mente-corpo, punto di partenza e di arrivo dell’aikido. Per cui entrando nel dojo ci si deve lasciare alle spalle tutti i problemi della quotidianità, concentrarsi sull'allenamento per purificarsi nella mente e superare i propri limiti e le proprie sconfitte. L'approccio con l'avversario non deve essere dettato da ostilità, ma piuttosto da un senso di rispetto e di gratitudine.

L’utilizzo di sequenze prefissate, fin dal momento di ingresso nel dojo, la loro costante ripetizione, porta ad una forma di distacco da se stesso, dai propri problemi, e alla creazione di una disponibilità interiore alla pratica.

Lo stato mentale di attenzione che si esercita nel dojo deve trovare poi un riscontro nella quotidianità della vita.

 

Il seiza

Nell'aikidô inteso come "zen in movimento" lo zazen (zen da seduti) è un aspetto fondamentale della pratica, solo così si può giungere alla comprensione del significato profondo della via dell’arte, andando oltre l’aspetto puramente tecnico. Diceva Ueshiba: “l’aikido è una purificazione del corpo e dell’anima, è sgrassare il corpo e l’anima”. Mentre è facile vedere le imperfezioni della tecnica o una macchia su un corpo, molto più difficile è scoprire i difetti del carattere e cambiarli. Spesso in silenzio e ad occhi chiusi appare il flusso incontrollato dei pensieri che relegano la mente nell’inconsapevolezza e possono comportare sofferenza.

I pensieri incessantemente appaiono nella nostra mente, tutte le emozioni, le ansie, le paure, gli esami, le arrabbiature, tutto quello che ogni giorno assale il nostro organismo, ed energeticamenteci indebolisce; ma se abbiamo la forza di non identificarci in essi (e la pratica dell’aikido serve a generare questo vigore), non ne siamo dominati e così non creano confusione.

Il distacco dai pensieri non ha lo scopo di indebolire la mente, tutt’altro. Serve ad evitare di rimanere schiavi delle abitudini, delle proprie paure, ad aprire nuovi orizzonti.

La pratica costante dell’aikido come forma di meditazione ha per effetto lo sviluppo della concentrazione e della forza di carattere. Continuando a praticare si può ottenere quello che alcuni chiamano risveglio (Kensho o “picco di esperienza oceanica”) fino a esperimentare la realtà originaria (o Satori). L’aikido in questo senso è un’esperienza vitale, non legata a dottrine, che va oltre gli schemi usuali e punta direttamente al cuore rivelando la natura del proprio essere, un’esperienza non fine a se stessa ma che deve essere riportata per la sua piena realizzazione nella vita quotidiana.

 

La respirazione

L’intensità della ricerca è necessaria ma non deve consumare le forze: uno strumento che viene utilizzato per rafforzare il corpo e mobilitare le energie nascoste dell’individuo, oltre all’esercizio fisico è quello della respirazione.

Per avere risultati accettabili occorre esercitarsi a lungo nel kokyu prima di trovare un modo corretto di respirare: la respirazione è importante per concentrarci, per mantenere la serenità, per sviluppare il nostro potenziale energetico e affrontare le difficoltà della vita. Secondo la tradizione orientale il punto più importante dove l'energia risiede è il basso addome, definito "Tanden" in Giappone, o "Tantien" in Cina. Nella pratica yogica dei sennin taoisti e degli yamabushi giapponesi il termine “cinabro” compone la parola tantien o dantien: in giapponese tanden, significa la “miniera del cinabro” o il “crogiolo del cinabro”. Infatti, ciò che nell’alchimia “esterna” corrisponde alla miniera o al crogiolo è, in quella interna, la zona del ventre ove si trova la pila-dinamo, il tanden, che consente l’accumulo e la trasmutazione dell’energia: trasformare il piombo dell’energia degradata dalla confusione dei pensieri, nell’oro della tranquilla contemplazione del mondo.

 

 

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